COLOR FUOCO di Jenny Valentine | Recensione

martedì 21 febbraio 2017

Color fuoco recensione
Buon martedì a tutti, come state? Personalmente sento ancora gli effetti del lunedì, ma facciamoci coraggio, per lo meno le giornate iniziano a essere belle e splende il sole.

Il romanzo di cui voglio parlarvi oggi mi è arrivato tra le mani grazie al blogtour dedicatogli (QUI la tappa se l'avete persa). È certamente uno young adult che scava nell'anima della protagonista, una ragazza particolare che ama letteralmente giocare con il fuoco e che non ha ancora trovato il suo spazio e i suoi affetti. Moltissime cose mi sono piaciute, altri particolari un po' meno, ma nel complesso si tratta di una lettura emozionante sotto molti punti di vista.

Color fuoco_coverTitolo: Color Fuoco
Titolo originale: Fire Colour One
Autore: Jenny Valentine
Editore: Rizzoli
Genere: Young Adult Pagine: 224Sinossi[3]
Iris, 16 anni, non ha mai conosciuto il padre Ernest, celebre collezionista d’arte, ma soprattutto uomo inaffidabile, a detta della madre Hannah. Ernest ha però una malattia incurabile, e Iris viene spedita al suo capezzale per mettere un’ipoteca sull’eredità che Hannah considera il giusto risarcimento all’irresponsabilità del marito. Ma quando arriva alla villa-museo di Ernest, Iris trova una persona lontana dai ritratti della madre, e d’un tratto tutto ciò che credeva di sapere – su di lei e sul padre – sfuma nel nero. A Ernest non rimangono molti giorni, ma saranno sufficienti a Iris per capire che c’è un nocciolo di bellezza purissima nei segreti che velano la sua infanzia, e che ce n’è uno altrettanto sfolgorante nel suo futuro tutto da scoprire. Un inno ai legami che uniscono padri e figli, e allo straordinario potere dell’Arte, in qualsiasi sua forma, di unirci, cambiarci, renderci eterni.


RECENSIONE
L'autrice ci mostra la rabbia, il senso di abbandono e di solitudine, i momenti di ribellione di un'adolescente che non ha delle radici stabili, e lo fa attraverso  l'incontro con la malattia, capace di spazzare via i legami, ma spesso anche di recuperarli e renderli più forti. 
Hannah e Lowell credono che abbia deciso io di essere brutta. Sono convinti che sia un attacco diretto contro di loro, per fargli dispetto. Per loro è inconcepibile che si possa passare un’intera giornata senza guardarsi allo specchio. (…) Essere belli è la pietra angolare del loro codice morale.
Iris è cresciuta senza conoscere il padre, da una madre egoista e superficiale i cui unici valori sono il lusso e la bellezza. La madre e il suo compagno non l’hanno mai ascoltata realmente e non sono stati in grado di provvedere alle sue reali necessità, ma soprattutto Iris non ha mai ricevuto quell’ amore incondizionato, quella fiducia e quella stima che ci si aspetta i genitori provino verso i figli. Iris odia gli atteggiamenti della madre, le sue aspettativi e per questo è cresciuta ribellandosi, a parole e atteggiamenti. Fin qui sarebbe tutto nei canoni di un’adolescenza turbata dai problemi famigliari, ma Iris ha sviluppato una dipendenza dal fuoco, al punto da sentire la necessità di sfogare le sue frustrazioni appiccando piccoli incendi. Ecco il punto dolente del romanzo, quello che mi ha fatto storcere il naso: nonostante non accada nulla di brutto, a mio parere Iris si può definire una piromane; ok, il suo essere affascinata dalle fiamme è il modo in cui riesce a esprimere e in un certo qual modo controllare i sentimenti che le ribollono in corpo, però il desiderio di appiccare incendi sempre più grandi non può essere giustificato solo dal fatto che non voglia fare del male a nessuno e si limiti a luoghi in cui non ci sono persone: il fuoco è pericoloso, anche quando non ci si aspetta che accada nulla di grave e la decisione dell’autrice di utilizzare un “disturbo” di questo tipo per trasmettere la rabbia della protagonista mi ha lasciato perplessa. 
Quando sai per certo che stai per perdere una cosa, capisci all’improvviso quanto l’hai amata e quanto avresti dovuto prendertene più cura, fin dall’inizio.
Poi c’è la parte che ho realmente apprezzato del romanzo, quella che mi fa affermare sia una storia valida e da leggere: la riscoperta del rapporto tra la protagonista e un padre che non è mai esistito. Ernest sta per morire, malato in modo terminale non ha mai avuto alcun tipo di rapporto con la figlia. La madre di Iris ha sempre affermato che il padre le abbia abbandonate, e la ragazza ne ha avuto conferma dall’inesistenza di telefonate o visite; Iris però, al contrario della madre e del patrigno non avrebbe alcuna intenzione di cambiare le cose, neanche in cambio di una cospicua eredità.
Ernest e io avremmo potuto essere Padre e Figlia. Avremmo potuto essere amici.
Iris ha fondamentalmente paura, paura di rimanere delusa da ciò che troverà, ma quello che non si aspetta è di riconoscere nel padre una persona divertente, che le somiglia più di quanto lei possa ammettere. Il tempo non è dalla loro parte, ma quello che vivranno Iris ed Ernest nei giorni assieme è la scoperta di un affetto che li ha sempre legati, un amore che vivrà nei ricordi, ma che aveva necessità di concretizzarsi per poter lasciare a Iris nuove certezze e, forse, affacciarsi verso un futuro diverso e più sereno.

L’autrice scrive bene, in modo scorrevole e soprattutto crea personaggi approfonditi e allo stesso tempo fuori dagli schemi. Il messaggio che mi ha trasmesso  è quello dell’importanza di conoscere la verità, perché solo attraverso essa è possibile costruire ciò che siamo realmente e decidere che strada intraprendere.

A parte il “vizio” della protagonista,  la storia tra padre e figlia fa commuovere e soprattutto pensare a quanto poco sia il tempo a nostra disposizione per dire “ti voglio bene”, ma fa capire anche che quel bene, quell’amore va al di là di noi, vive in eterno.

Un romanzo che parla di sentimenti, di vita, di morte e di amore trattati in un modo diverso dal solito.

Alla prossima chiacchierata,
Deborah[4]

1 commento:

  1. Ciao, bella recensione, mi piace anche la copertina del romanzo, vediamo se riesco a trovare un po' di tempo per leggerlo :)

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